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Scrittori emergenti

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Ginestra, di Clara Lazzari, è un esempio: chi sostiene che più di ogni strategia del marketing valgono l’autore e la sua personalità, dice il vero. Dice il vero anche chi sostiene che il racconto di sé ha senso se dà respiro al contempo al personale e all’universale. Clara Lazzari mi ha catturato subito, per come si è presentata in un post sulla pagina FB che modero, Scrittrici e scrittori emergenti.

La lettura del suo libro è stata la scoperta di affinità che mi son parse legami tali da non riuscire ora a scrivere la mia nota a margine in modo impersonale, né sintetico.

Nei manuali di storia si trovano esemplificate le linee temporali con un segno a collocare l’evento dirimente; nella linea di Clara c’è una cesura che lei pretende di chiamare con il suo nome: cancro, girarci intorno sarebbe inutile e avvilente; e ci sono un prima e un dopo, il racconto di Clara che non c’è più e il racconto di Clara che si è scoperta Ginestra.

La condivisione delle vicende narrate e del lessico utilizzato hanno scandito ogni mia riflessione e la matita con cui di solito leggo ha preso parecchi appunti. Nel prima di Clara ho riconosciuto tanto di me: atmosfera, profumi, giochi, momenti di vita e desideri della mia infanzia tra Milano e il mare, non lo stesso ma poco distante. Mi ha fatto sussultare il racconto di lei, adolescente timida scambiata per altezzosa, quando attraversa il corridoio del liceo classico per raggiungere l’aula della quarta ginnasio al piano meno 1: «ma questo è il mio Carducci!» ho esclamato [sarà lui?].

Ci sono due punti di distanza tra l'autrice e me, lettrice, adulte più o meno negli stessi anni: uno è la professione di insegnante: io avrei pagato per non esserlo, ma tutto quanto racconta è vivido nella memoria e si rianima nella lettura, soprattutto l’inesperienza e i concorsi da preparare, alcuni colleghi che restano amici, alcuni alunni con cui la comprensione è migliore. L’altro è la maternità, che non mi appartiene, ma che riconosco intera nel vezzeggiativo “mammotti”.

Poi, in un battibaleno, Dodger, il labrador dell'autrice, è diventato Pedro, il mio larian country sheppard (razza inventata per rispondere agli interlocutori con la puzza sotto il naso) con tutte le differenze di approccio, gestione e carattere, ma con la stessa purezza incontaminata di sentimenti vissuti, con la stessa dilaniante decisione da prendere, alla fine, mentre prima e dopo di Clara si intersecano.

Nel dopo, mi sono immedesimata in Roberto, il marito chiamato “l’ing.”, nonostante me ne manchino tutte le caratteristiche e mi sono chiesta quale ruolo ho avuto, come mi sono comportata, io, lì, in circostanze simili a ruoli invertiti mentre vivevo accanto a chi, come Clara ma senza la stessa cura per il proprio corpo, affrontava il cancro: chiamato con il suo nome, annunciato non da una litote («non è benigno») ma con un aggettivo quasi infantile («lei ha un bel tumore»), inaspettato, frutto del caso e di un’altra parola di due sillabe che inizia per “c” e che va e viene, si ferma di fianco a uno e non all’altro, come le pare. E poi le tappe delle cure, i medici con la loro scarsa empatia alcuni, altri invece partecipi, la deliberata rinuncia al contrassegno per il parcheggio H, la determinazione di vivere intanto che le cure agiscono e i capelli che «li taglio prima che mi cadano, cosa dici?», detto fatto, la consapevolezza acquisita che non si è più gli stessi.

Ci sono molti che leggono della malattia altrui con una curiosità più corrosiva del cancro di cui si racconta. Spero  non accada mai alle bellissime pagine di Ginestra.

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Avvertenza: aprite Rivoglio i Matia, con Antonella Ruggiero, di Dario Zizzo e lasciate ogni cliché/schema narrativo dopo il colophon.

Credo che la lettera sia una tra le forme più intime e dirette di comunicazione con chi ci è caro: un modo per dire ciò che forse non si riesce, perché i tempi divergono o le condizioni mutano, ma ti resta in gola o in animo, prima di andare via. Si sono lasciati infatti, Agilulfo e Arianna: sembra sia stata lei, l’amore era finito, ma lui, a un certo punto della sua vita di adulto, non può non dirle il suo «amore che fu». Lo lascia tutto in una lunghissima lettera, poggiata su una scrivania.

Credo, anche, che queste mie note a margine siano tra le più difficili da sintetizzare e ricondurre a un unicum. La nostalgia, che pervade la lettera, ne costituisce l’impalcatura ma sbaglierei se provassi a percorrerla poggiandomi, un passo dopo l’altro, agli appigli che mi offre: rischierei di tralasciarne qualcuno altrettanto importante e bello, ricco e soprattutto portatore di ricchezza: lessicale e di contenuto, di immagini e concetti. Si tratta, tra l’altro, di un’impalcatura forte ma al tempo stesso sottile perché, ogni volta che mi sono soffermata più del dovuto accanto ad uno di questi agganci, sono stata sollecitata e quasi portata via dagli altri sopraggiunti come una sorta di spirale, di tromba d’aria, gentile ma determinata, decisa anche a far crollare tutto pur di incalzarmi.

Credo, inoltre, che Terrasicca, per immaginaria che sia, rappresenti – per come vive nelle parole di Agilulfo – la provincia siciliana e per molti aspetti anche italiana: mondi appartati, arche nel diluvio, luoghi in cui modi, abitudini, sentimenti e pensieri sopravvivono al riparo dal passare del tempo, finché si capirà quanto prezioso è essere "provinciale".

Credo, insomma, che, per non far torto a nessuno, non potrò citare alcuno dei personaggi che Agilulfo ricorda e Dario Zizzo caratterizza; si radunano uno accanto all’altro, uniti, come gli attori a teatro, nessuno escluso, dalla comparsa al protagonista, a fine spettacolo, alla ribalta, a prendersi l’applauso.

Credo, in buona sostanza, che il rapporto con gli adulti, la scuola, l’adolescenza, l’amore vissuto in gioventù sono patrimoni personali necessari e la lettura dei ricordi di Agilulfo può sollecitare in ciascuno moti dell’animo al tempo stesso simili e diversi. Di sicuro, non vi è chi non abbia sofferto per l’abbandono dei Matia Bazar da parte di Antonella Ruggiero.

Credo, infine, la Storia sia una specie di cintura di sicurezza cui agganciarsi per leggere questo bel libro di Dario Zizzo. Dice Agilulfo: «La mia opera è onnivora, si nutre di Storia, Filosofia, Politica, Arte, Mitologia, Religione, fumetti e vita spicciola, perché bisogna coniugare l’alto e il basso, fioretto e sciabola, film d’autore e serie b, musica classica e popolare, tragico e comico, perché la vita è una divertente tragedia» (p.75).

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Leggi Dieci tazze a colazione e conosci Irene Renei.

Ho sempre avuto un’istintiva diffidenza nei confronti dei social, ma, da quando mi ci sono infilata per la necessità di promuovere ciò che scrivo, ho incontrato soprattutto persone deliziose. Una di queste è Irene Renei. Ho letto un suo post, in cui parlava anche del suo cane, e ho pensato che avrei voluto scriverlo io. Qualcosa mi ha detto che c’era affinità e tutto quello che ho letto di lei, dopo il nostro primo contatto, me lo ha confermato, compreso questo suo libro in cui ho trovato altre sintonie: dal metodo infallibile per capire che tipo di uomo si ha davanti, al sudore freddo indotto dalle interrogazioni di matematica (dalla matematica in sé, per quanto mi riguarda); dal ruolo del pianoforte, alla esigenza indispensabile del mare e alla libertà che sa dare, fino alla decisione – che decisione vera e propria non è, ma solo un agire come è giusto – di dire al proprio lavoro quanto era insopportabile e ribaltare la propria esistenza. Per non parlare del cucciolo di cane che suggella un’unione.

In Dieci tazze a colazione, l’evolversi dell’esistenza di Irene e del suo nucleo famigliare incrocia le vite di donne e bambini di culture diverse, madidi di esperienze tragiche, bisognosi di supporto: i fili si intrecciano, si annodano guidati da ciò che occorre al momento, i problemi concreti rimandano a principi morali e chiamano in causa la coscienza del singolo; averla «è un dovere per ogni adulto».

La storia racconta l’esperienza di volontariato in una comunità madre bambini e di un affido familiare che consegue in modo innato, naturale e spontaneo, da parte di due adulti intelligenti e preziosi e dei loro figli adolescenti, scrigni delle medesime qualità. L’autrice avverte nell’introduzione che c’è poco spazio per la fantasia. Gli orrori, di cui gli esseri umani si dimostrano capaci, la superano e l’immaginazione è messa a dura prova quando, di fronte alla necessità di trovare un pertugio in cui infilarsi per aiutare, deve ipotizzare cosa sia stato prima. Per provare a ricomporre vite, straniere ma non più estranee, ridotte in mille pezzi, bisogna sapere com’erano e perché sono andate in frantumi. La «rete di storie» offerta al lettore attinge alla realtà che ci passa accanto ogni giorno ma della quale, per quanto informati, non siamo del tutto consapevoli. L'autrice ce la offre su un piatto d’argento con una scrittura che sbriciola qualsiasi resistenza o reticenza.

P.S. Se ho compreso correttamente, la libreria sociale «Donne che pensano» che Irene Renei ha pensato di realizzare è un “lavoro in corso”. Credo che a questo libro spetterà di diritto il titolo di «prima pietra».

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S.R.L. Furfanti allo sbaraglio è opera, presumo prima, di Karla Offembach.

L’autrice è avvolta nel mistero. Cercando in rete, non ho trovato riscontri, se non questa sua opera. Nella retrocopertina, al posto della foto dell’autore, è riprodotta la copertina stessa del romanzo e si spiega che un carattere riservato e schivo induce la scrittrice a non mostrarsi e a prediligere il racconto. Sarà davvero una donna? Sarà uno pseudonimo? Quale l’intento del romanzo?

Se non fosse per una “m” al posto di una “n”, avrei pensato a qualche ascendenza con Jacques Offenbach, compositore del noto Can-can, tanto ritmata sul famoso galop corre la trama, che non riassumo per non compromettere il piacere della lettura. Il romanzo si presenta come grottesco; la recensione che ho letto lo definisce una commedia noir con significati taglienti. Credo sia entrambe le cose: si ride, ma si ride amaro.

L’azione dei furfanti si sviluppa tra “Malaffare” e “Onorabile”, luoghi immaginari connaturati dalle rispettive denominazioni. Il male e il bene: contrapposti? Fino a un certo punto, perché il malaffare emigra e si insedia dove meno ci si aspetta e ancora meno ci si aspetta che trovi terreno fertile per proliferare.

Attorno alla realizzazione di un fantomatico business plan (che mi ha fatto pensare a un’espressione in voga quando ero giovane: “u bisinissi”) si snoda, o meglio, si aggroviglia un intreccio subito riconoscibile come una truffa, paradossale, grottesca, ma plausibile. Viene spontaneo chiedersi, infatti, quante situazioni simili e occulte punteggino il nostro Paese, il paese dei condoni. Fin qui (si fa per dire) l’amaro; quando si ride, invece? Potrebbero tornare in mente Totò, Peppino e la Fontana di Trevi? Eh, non siamo molto lontani. Le persone per bene sono prede facili e la loro semplice onestà si trasforma rapidamente in dabbenaggine di fronte al raggiro. Questo, tra l’altro, non è opera di menti eccelse o dotate di autorevolezza, per quanto negativa, ma è solo frutto dell’avidità e della pochezza di pezzenti e incompetenti, che si credono imprenditori e sono solo affaristi di bassa lega, che trovano complici e simili in ogni ganglio burocratico e professionale. Sono purtroppo specchio di buona parte della nostra società: nullità insipienti, ripulite, rivestite, a piede libero; e restano impuniti. A meno che qualcuno decida di reagire: e ci si accorge che, volendo, basta/basterebbe davvero poco per ripristinare la legalità.

I personaggi sono contraddistinti e riconoscibili – nei momenti più intricati – anche da una particolare caratteristica per così dire “meccanica” e quasi personificata che a volte anticipa, a volte segue, comunque accompagna azioni e reazioni. Non manca una nemesi, alla quale non si può fare a meno di partecipare con una certa soddisfazione. Romanzo davvero singolare; è risolto – credo – almeno uno dei quesiti iniziali: la denuncia, a mio parere, ne è l’intento.

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Raccontare qui l’intreccio di questo giallo equivarrebbe a tradire la spinta creativa che lo muove, spiegata dettagliatamente nella postfazione di Carmen Trigiante ed emersa nella lettura. La «sinergia tra donne», all’origine di quest’opera, si riversa nella vicenda manifestandosi subito in quello che mi è apparso un trittico di generazioni in viaggio verso un’isola, Procida in questo caso, luogo in cui si consuma il delitto e si individua il responsabile. L’autrice spiega nell’introduzione che si tratta di un genere diverso dal suo peculiare e precisa essere scevro da «tecnicismi in punta di diritto». Tuttavia, la “mano” dell’avvocato si sente e dona spessore alla protagonista, Anna: avvocato o avvocata? È solo uno degli spunti divertenti in cui gli universi maschile e femminile interagiscono, ognuno nei rispettivi ruoli tradizionali. Si coglie l’ironia (almeno, mi è parso) su questioni a mio parere di lana caprina, vocali sulle quali l’intelligenza tout court (femminile o maschile che sia) si solleva e sorride. I personaggi si delineano con tratti rapidi ma precisi, il luogo è dipinto (e mi sovviene la proprietà transitiva felicemente applicata alle parentele anche acquisite), le relazioni umane raccontate nei dialoghi, negli atteggiamenti, nell’uso dei pronomi.

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Mi è parso strano immaginare Lisabetta Mugnai, la cui empatia è per me strettamente connessa ai nostri amati cani, senza loro intorno; eppure, in questo libro è così: la vicenda che racconta in prima persona (autobiografica o molto vicina ad esserlo, se non ho compreso male) si concentra tutta sugli umani.

Salvo incidenti, morirò di empatia è la storia di un amore, vissuto in modo distorto, come il titolo lascia intuire, ma non voglio dire di più perché anticiperei troppo e guasterei il coinvolgimento che cresce con il voltare delle pagine.

Forse perché siamo coetanee e, ho scoperto leggendo, abbiamo lavorato nel medesimo ambiente pur con ruoli diversi, ho ritrovato le atmosfere e le aspettative degli anni in cui si iniziava a “produrre” senza perdere il gusto per lo studio, mentre vivere da soli era un affrancarsi dalla famiglia che iniziava ad andare stretta. Questo è però un aspetto che mi è rimasto estraneo. Ricordo invece benissimo il terrore suscitato dalla vicenda del mostro di Firenze e la preoccupazione che mi potessi trovare in situazioni e luoghi potenzialmente pericolosi, nonostante abitassi a Milano; qualche altro mostro avrebbe sempre potuto essere in circolazione… Ma, come spesso accade, i mostri sono più vicini di quanto si pensi, annidati proprio nel luogo e tra gli affetti deputati a proteggere; talvolta inconsapevoli; difficili in ogni caso da riconoscere.

Dove finisce la volontà? Dove iniziano lo straniamento, la malattia, l’insania? Come possono convivere sensibilità e crudeltà? Posso dire che una considerazione è stata preponderante tra le molte sollecitate da questa lettura: se nulla forse si può sui meccanismi malati di una mente e di una personalità, di sicuro le cure familiari, l'educazione, la cultura a loro sottesa, sono determinanti nello sviluppo delle persone e spesso purtroppo arrecano danni irrimediabili.

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Non mi ha mai attirato il romanzo di genere fantasy e credevo che difficilmente sarei riuscita a leggerne uno; tuttavia, l’autore di Ombre è riuscito nell’impresa perché è stato capace di trasformare in racconto più che verosimile qualcosa di irreale.

Si legge di Fabrizio, tenero giovane uomo, attuale e al contempo quasi senza epoca, e si vivono con lui giorni cruciali, poche ore in cui si condensano estratti di vite, personaggi solo in apparenza appena tratteggiati, ma che assumono forma e sostanza in sé e per il loro significato sociale.

Oltre ai pregi di una scrittura precisa e coinvolgente, dotata di un ritmo serrato, Ombre mi ha mostrato chiari gli aspetti cruciali di un vivere contemporaneo sul filo di una lama, con i relativi drammi.

Primo di una trilogia che non mi farò mancare.

Cenni alla trama si trovano in dettaglio nella sinossi, ma non li leggerei prima per gustare intatto il piacere del disvelamento.

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Ho letto Non lasciarmi la mano, di Rita Quinzio, perché affronta una ricostruzione a cui ho in progetto di dedicarmi. Convinta di leggere un romanzo storico, ho trovato invece un libro difficilmente inquadrabile, come ha scritto Andrea Mitri.

Alla lettura da narratore si sovrapponeva quella da storico e, una pagina dopo l’altra, ha prevalso lo storico che è in me (e quello che sono stata) e ho letto con gli occhi del biografo.

È un narrare che mi ha ricordato i criteri della Nouvelle Histoire delle Annales: l’indagine e l’ascolto di tutte le fonti, soprattutto di quelle escluse dagli eventi documentati nei trattati e conservati negli archivi cartacei, comunque a mio parere base imprescindibili. Tutto il sapere, tutte le discipline convergono a ricostruire luoghi, avvenimenti e vicende. Ho trovato una memorialistica colta/erudita, che attraverso i nomi e i numi dei luoghi racconta Gaeta e le ricostruibili vicende di una famiglia che attraversa fascismo, guerra e resistenza, fino al dopoguerra; ma anche l’analisi della condizione della donna in epoca fascista, vissuta e compresa o meno da Quinzia, protagonista femminile della vicenda; il tema dei figli illegittimi, quello dell’educazione della gioventù fascista; nella passione per le auto tanti filoni di ricerca che riferiti agli anni Trenta assumono evidente valenza storica e letteraria: l’industria, la velocità, la potenza. Ci sono poi testimonianze sociologiche nel racconto delle superstizioni, delle usanze e dell’uso dei soprannomi, tipico e diverso lungo tutta la nostra penisola. La voce dialettale racconta la Storia e fa luce sul mondo agricolo, commerciale, sull’emigrazione. Il corredo iconografico la illustra.

Mi sono ritrovata catapultata ai tempi della mia tesi sul pauperismo, alla ricerca sulle fonti orali, alle modalità di ricostruzione della Storia di chi non ha voce. E in parallelo mi sono vista bambina, quando aprivo il cassetto della credenza della nonna e prendevo tra le mani l’album di famiglia: volti e ambienti di cui in realtà ancora oggi conosco poco, ma che sento miei. Questo è l’aspetto che l’autrice evidenza e sul quale riflette con il quale mi sono sentita più in sintonia.

In questo lavoro, la scelta è quella della commistione tra documenti e invenzione/immaginazione. Per l’idea che ho di romanzo e di saggio storici, non è nessuno dei due. Originalità dunque garantita.

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La Storia: l’ho messa da parte in questi ultimi anni. Si invecchia, si cambia, mutano interessi e aspirazioni e io ho intrapreso strade nuove che proprio in questi giorni mi danno altre belle soddisfazioni; non le misuro né stilo graduatorie perché tutte, quelle passate per i libri di storica e quelle presenti per le mie narrazioni, sono frutto del mio lavoro, della mia testa e delle mie mani. Tuttavia, la Storia ha bussato di nuovo e proprio con “quel” genere, la biografia, praticato e prediletto. Il messaggio mi sembra chiaro: la Storia non vuol farsi dimenticare e per dirmelo ha usato questo libro, incrociato grazie ai misteriosi algoritmi dei social.

È una auto biografia: 85 anni di vita messi nero su bianco da un uomo singolare, carattere forte, tempra tenace (rugbista, direi non a caso), appassionato, arguto e autoironico, con una spiccata vena narrativa. L’autore e protagonista precisa di non voler dare un’interpretazione storica delle vicende raccontate né ritiene di essere uno scrittore, di fatto però si trova al centro di momenti e luoghi rilevanti nella Storia nazionale che racconta negli eventi epocali e nelle minute ma determinanti sfumature del quotidiano, ricostruendo l’ambiente di paesi, città, regioni.

La sua vita, la sua storia sono un esempio perfetto della realtà che supera l’immaginazione. Proprio per non svelare nulla di troppo della “trama”, di proposito non ne elencherò neppure i punti salienti, perché è piacevole scoprirli leggendo. Si sente dunque l’eco dell’Austria Ungheria nella Trieste in cui Adriano nasce e vive i primissimi anni; ci sono le vicende dell’impresa coloniale fascista in Etiopia dove la famiglia si trasferisce e dove Adriano cresce negli anni più formativi dell’infanzia, quelli delle scuole elementari. Il suo racconto dipinge quadri efficaci, realistici e concreti, crudi talvolta ma non privi di tenerezza nella descrizione dei luoghi e dei rapporti con i coetanei locali e con Sini, un giovinetto etiope che faceva da interprete, e non solo. Gli eventi, drammatici e bellici, riportano la famiglia a Trieste nel 1942: e scorrono davanti agli occhi, prima di leggere e mentre si seguono le diverse peripezie, l’occupazione tedesca, quella titina, le foibe, l’esodo degli istriani, il destino delle persone nelle decisioni delle diplomazie e degli equilibri politici.

Adriano Stocco fornisce in questo suo resoconto la voce della cosiddetta “fonte orale”, memorialistica, tanto preziosa per gli storici per la ricostruzione soprattutto del tessuto sociale, con tutte le implicazioni economiche e culturali, meno semplice da rintracciare negli archivi; quel vissuto che si perderebbe senza le testimonianze dirette di chi c’era: cosa ho visto, cosa ho provato, cosa mi circondava in quel momento. Questo libro dunque è un documento, utile allo storico, anche nelle considerazioni dell’autore. Si mostra cioè quali erano lo spirito e la pasta dei cittadini italiani nel secondo dopoguerra, in quali ambiti e con quali situazioni si sono dovuti confrontare: un clima di fattivo impegno, un rimboccarsi le maniche di cui Udine e il Friuli sotto il tragico terremoto del 1976 sono simbolo, direi architrave, e nel dirlo prendo in prestito un’immagine dal racconto. La vicenda umana personale con il suo mondo di affetti aggiunge, ad eventi più conosciuti rispetto ad altri riferibili alla storia locale, un privato raccontato con sincerità.

Appunto da sollevare è la revisione del testo che a mio parere merita maggiore attenzione: si tratta di refusi, di errori di battitura e di altro genere che tolgono "punti" alla pulizia dell’insieme; forse in qualche passaggio vicende private, cittadine e nazionali avrebbero potuto essere raccontate con una tessitura più fitta; tuttavia, la dichiarata caratteristica del libro di memoria autobiografica è del tutto rispettata.

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Mentre leggevo Eravamo soli, di Fulvio Di Sigismondo, mi sembrava di vedere le mani della vita, o del caso, che tenevano fra le dita fili di diversi colori. Come quando si intrecciano ciocche di capelli per radunarli in una treccia, portavano a turno in primo piano tre diverse solitudini: quella di Luca, adolescente sregolato per mancanza di saldi parametri di riferimento, della sua ragazza Margherita inserita in una comunità dove prova a cercare la forza per una vita normale, con lui, con Luca. E di Antonio, vedovo, anziano, operaio e partigiano: la vita segnata dalle atrocità della guerra, la dolcezza dell’amore per la sua Irma, il debole per le pesche noci, frutto proibito a causa del diabete.

I ricordi di Antonio, i sogni e le sfide di Margherita, la ribellione e la sfida al destino di Luca si sfiorano e si sovrappongono nella treccia fino a quando le mani della vita o del caso decidono di stringere l’elastico, in un supermercato di un quartiere popolare di Genova in cui si vive soli, eppur vicini, senza incontrarsi. Antonio entra per un poco di spesa mentre Luca arriva per rubare alcolici con l’amico “Pezzo”. A questo punto si chiude la treccia e si apre il ventaglio delle possibilità.

Accade più di qualcosa: nei gesti più banali, nelle violenze subite, nella desolazione di realtà giovanili nascoste dalla maschera dell’arroganza si consumano tragedie che esplodono e non è solo romanzo, che ho trovato bellissimo.

Una lettura coinvolgente, direi avvolgente, che sovrappone il suono e il senso delle canzoni partigiane alle parole dei rapper più noti. Dichiaro il mio amore incondizionato per Antonio, personaggio dolcissimo (che ho sentito affine anche per quel portafogli gonfio di ricordi) e scrigno di valori; perduti?

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Mi ha piacevolmente sorpreso questo Oltre le quinte. Concerto in tempore belli, romanzo di Rossana Cilli avulso dalle logiche imperanti, dai dettami ribaditi, secondo cui “si deve” (neanche l’accortezza di usare il condizionale) scrivere un romanzo, salvo poi leggere quasi esclusivamente cloni. Forse ci si può ancora proporre come alternativa all’omologazione imperante.

Al lettore si racconta in prima persona una storia che sa di Storia: una verosimile vicenda tra le infinite che hanno tessuto la vita dei popoli coinvolti nella Seconda guerra mondiale e nella resistenza al nazifascismo, una di quelle piccole determinanti azioni, di apparente singola irrilevanza, ma tutte insieme risolutive.

L’io narrante – con uno stile adeguato al proprio ruolo, età, istruzione e professione – come se stesse raccogliendo i ricordi per scrivere un memoriale per i propri nipoti, inizia a raccontare di sé adolescente, mentre in un pomeriggio d’autunno raggiunge la casa dell’insegnante di musica e il buon cane bianco dei vicini, rallentato dall’età, lo accompagna. Frau Lemper pare avere atteso proprio lui per lasciargli qualcosa prima di andarsene, nonostante i soccorsi che, quando la trova riversa tra le foglie, il ragazzo chiama, correndo in bicicletta a bussare alle porte dei vicini della sua cittadina bavarese. In quel momento, terminano una vita, un periodo dell’adolescenza e un mondo, quello dell’Europa prima del nazismo e della guerra. Si delinea la singolarità di un’anziana signora, custode di una preziosa eredità che il ragazzo dovrà a propria volta custodire e al tempo stesso risolvere e svelare; l’azione si sposterà dalla Germania all’Inghilterra seguendo una delle tante azioni di spionaggio e dei tentativi di eliminare il Führer. L’amicizia è messa alla prova dalle scelte di campo morale, prima che politico, rivelatrici delle pieghe dell’animo umano; l’amore è vittima di antichi pregiudizi ma se alle avversità in alcuni casi non sopravvive, in altri si rinsalda; anche il segreto di Frau Lemper sarà svelato e un pezzo di Storia si ricomporrà nel ricomporsi della vicenda. Su tutto, la musica accomuna e accende i sensi, affinando la capacità di percepire le emozioni.

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Pubblica Amministrazione di Ettore Ezio Pantaleone ci porta dietro le quinte degli uffici pubblici.

È capitato a tutti di sentir parlare dello Stato come di un’astrazione, dimentichi del fatto che lo Stato siamo noi. E anche gli statali siamo noi. Tra gentile utente e dipendente pubblico solo uno sportello fa la differenza.

Il dipendente statale, oggetto di pregiudizi, deriso in tutti i modi, disprezzato e considerato spesso alla stregua di una zecca, si sente diverso, discriminato e privo di una vita lavorativa per il fatto stesso che non la può raccontare, pena appunto il dileggio plateale. Solo a fine “carriera” può permettersi il lusso – o cavarsi la soddisfazione – di raccontarla. Il taglio ironico, sottile e divertente, di questo libro era l’unico che, a mio parere, la voce narrante potesse utilizzare per ricostruirla in modo tanto autentico e amaro. Resta anonima, la voce narrante, non a caso, credo per significare l’anonimato in cui i dipendenti della PA vivono e lavorano. Perché, per quanto male se ne pensi, lavorano e sono molto spesso le prime vittime del posto fisso, tanto vituperato dalla pubblica opinione.

Il viaggio raccontato è quello di un precario medio che, apposta la fatidica firma con cui diventa dipendente statale, invece di sentirsi «proiettato verso il futuro stabile e radioso di chi si accoccola nelle braccia dello Stato», si sente diverso, ridotto a una categoria. Il neoassunto, ebbro di iniziativa, trova nel collega più anziano, Marco, una sorta di Virgilio, che lo conduce tra le maglie semoventi degli uffici, lo guida e lo induce a scelte di ruolo; segue l’evolversi del suo stato d’animo, mentre scopre la «statale posata lentezza», un mondo in cui «ogni cosa è scolpita nel marmo ma al bisogno cangiante e rettificabile», un mondo di «costanti mutevoli, regole inafferrabili ma coerenti in cui le contraddizioni sono previste dalle eccezioni».

Metafore che richiamano la storia militare, ricordi scolastici, situazioni del quotidiano, dotte citazioni e immagini rubate alle tecniche cinematografiche, si alternano per illustrare il variopinto mondo – umano e non – dell’Ufficio 4: colleghi, funzionari, responsabili, dirigenti, statistiche politicamente corrette, fascicoli da passeggio, cacciaviti indici di affidabilità, formulari… e pubblico, i gentili utenti che si rivolgono all’URP. Il senso di impotenza che passa dalle pagine al lettore è lo stesso che attanaglia chiunque si accinga a telefonare a / entrare in un Ufficio 4. L'autore, però,  avverte subito dopo il frontespizio: «Pubblica Amministrazione è un’opera di fantasia. Non prendetela troppo sul serio. Ma non prendetela sotto gamba».

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Chi c’è davvero sotto una divisa da ferroviere? Chi si nasconde sotto l’armatura di stoffa?

Chissà se sulla carrozza di qualche Frecciarossa vi sarà capitato di incontrare lo sguardo, in apparenza asettico e neutrale, di un controllore senza sospettare neppure per un momento di poter ispirare la fantasia di una penna che, prima di saper scrivere, è capace di leggere nell’animo dei passeggeri incontrati. Il treno e la stazione, o un altro mezzo di trasporto tra una città e l’altra o nella stessa città, come un tram che sferraglia a Milano facendoti scivolare ad ogni fermata sui sedili di legno lucido, sono luoghi e al tempo stesso strumenti della narrazione di vicende tutte interiori di personaggi/persone ricorrenti, consueti, abituali, forse anche banali ma solo in apparenza perché ognuno di loro ha una singolarità speciale. C’è chi ritrova il senso dell’esistenza cercando il ricambio di un elettrodomestico, chi incontra l’amore per aver recuperato un portafogli rubato, chi riconosce reale un sogno premonitore… Ho trovato molto accattivanti, a tratti toccanti, questi racconti intimisti che racchiudono messaggi e significati ciascuno a proprio modo originale e sorprendente. Simpatia ed empatia si sviluppano immediate per tutti loro. Svetta secondo me, e mi ha rubato il cuore, Akira che per tre giorni legato, abbandonato, a un tronco d’albero sta buono e aspetta Giorgio, un bipede che non torna.

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Perché il sopruso sui deboli, sugli inermi, che siano umani o animali? Cosa lega tutto, cosa muove le azioni, le intimidazioni, le vendette, gli abusi? Un antico podere in un borgo immaginario nella campagna aretina, San Bartolo, è il luogo in cui si svolge questa storia che non riassumo nella trama per non correre il rischio di svelarla. È un romanzo corale, «abitato – lo ha definito bene l’autrice – da umani e bestie». La vicenda narrata si ammanta del mistero che circonda i vicini di casa, una famiglia di contadini che definire ambigua è poco. Il narratore con pazienza ricolloca gli eventi come le figurine di un album, ne ricostruisce la sequenza corretta e trova alla fine il senso della storia. Il lettore segue incuriosito, conosce personaggi di un mondo contadino spietato, di un mondo borghese corrotto, di una cultura generale cui si può dare una spiegazione, storicamente fondata ma non per questo accettabile. Almeno per me e forse per mia “deformazione” spiccano e restano indimenticabili nel cuore le bestie: Paco, Canottiera, Bruna, la randagia e i suoi cuccioli. Chi nelle vicende cerca il cattivo, l’incarnazione del male, avrà l’imbarazzo della scelta. Credo che l’obiettivo che l'autrice si è posta di scrivere un libro autentico ed essenziale sia stato raggiunto. Necessario, era il suo terzo scopo. Direi che anche quello è raggiunto per la verosimiglianza alla realtà sulla quale riflettere.

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Nella mia vita il mese di marzo evoca momenti dolorosi perché in questo mese, in anni diversi, in giorni diversi ma fra loro legati da sottili corrispondenze ho perso le persone più care. E il virus, a marzo, ha portato via anche un amico d’infanzia. Ci eravamo da poco rivisti, scambiati qualche battuta sui social, sorriso insieme di un filarino da bambini di cui nella mia incredibile dabbenaggine non ero consapevole; averlo ritrovato uomo, identico a com’era, è una preziosa certezza che conservo con il suo ricordo. Proprio le certezze, ritrovate in un periodo di disperante incertezza, sono secondo me il fulcro e l’anima di questo diario-ricettario nato e cresciuto nella clausura cui ci ha costretto la pandemia. Lo “stare a casa” è stato meno pesante, persino piacevole, tanto da sperare in un dilatarsi del tempo dell’obbligo, per chi come l’autrice ha forte il senso della famiglia che si ritrova tra le pareti domestiche, per chi cucina perché vuole bene, ama, nutre. E non è detto che a mettere le mani in pasta sia sempre una donna: a casa mia, per esempio, non sono io l’artefice di molteplici prelibatezze e il risotto era totale appannaggio di papà. Non mi soffermo sulle ricette, tutte semplici appetitose e soprattutto ripetibili, quanto piuttosto sulle sintonie che ho trovato con l’autrice. A partire dai pomodori ghiotti (uno tra i sapori che mi appartengono da sempre) attraverso l’orto con i suoi profumi (coltivi e sai di cosa ti cibi) per giungere al piacere di mangiare a casa, un rito che unisce e fortifica, una consuetudine fondamentale per iniziare a modificare i comportamenti alimentari, in gran parte responsabili di quanto ci sta accadendo. Tornare alle origini è la chiave di volta delle riflessioni che questo bel libro ha consolidato in me. E non tanto perché da storica mi è connaturato cercarle, ma perché penso sia l’unico modo per avviare un indispensabile radicale cambiamento che non può e non deve arrivare dall’alto: molto meglio se passato di mano in mano come una ricetta, scritta su un quaderno impolverato di farina e riprodotta nel privato di ciascuno.

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Di solito sono gli umani a confidare nel senso dell’orientamento dei loro cani, ma Sally ci dice subito che lei con l’orientamento non va molto d’accordo. Dai maltrattamenti al canile, e poi a una persona che la ama e se ne prende cura il passo non sarà breve ma Sally corre, come forse la percezione del tempo nei cani: dicono che per loro sia sempre presente. I ricordi però ci sono, anche strazianti, e a Sally sono utili per comprendere quando c’è bisogno di lei e ad aiutare. Così affianca e supporta le vicende della sua famiglia di umani, identiche a tante e sempre altrettanto diverse. L’intero ricavato di questo romanzo, gradevole e commovente, è devoluto all’Associazione Tutela Animali di Alessandria. Un valore aggiunto

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Dura quasi otto giorni la pioggia battente, di quelle che spesso flagellano la Liguria e rischiano di trasformarsi in alluvione.

Dura per quegli otto giorni in cui gli abitanti di Crescobene, borgo immaginario ma verosimile, cercano di scoprire cosa si nasconde dietro l’imminente vendita del campo di calcio parrocchiale, sul quale gioca da sempre la squadra locale.

Proprio la pioggia mi è parsa il mezzo magico che, in questo romanzo, aiuta la comunità nella collettiva lotta contro il male, nel tentativo di dilavarlo; e la comunità, con il suo tipico sostenersi, e alimentarsi persino, è il vero scrigno su cui l’approfittatore di turno sta per allungare le mani.

Nella ricerca del vero, si intrecciano vite, persone, ambienti, alcuni purtroppo segnati, nella realtà che viviamo, dal degrado morale.

Resiste però quel nucleo sano e potente che può, volendo, risollevare le sorti di un luogo. E dovrebbe essere esempio da seguire.

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«A volte penso che il libero arbitrio sia l’unica cosa che non ci meritiamo». Sotto il peso di questa affermazione padre Girolamo innesca una vicenda, tutta da scoprire, che inizia nel XVI secolo e arriva ai nostri giorni. Il dilemma resta identico, affidato alla responsabilità individuale di un giovanotto, descritto come scapestrato, nelle cui mani è deposto un tesoro. Quale decisione prenderà? Le storie, le vite, i segreti, i patrimoni delle nostre identità, dei nostri luoghi (in questo libro Pitelli), spesso nascoste nell’ipogeo, sono affidate alle nostre coscienze, al modo in cui utilizziamo le scoperte o le invenzioni, allo scopo perseguito. Sta a noi.

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