Scrittori emergenti

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Prima di scrivere le note – nel senso non musicale del termine – ispirate da questo libro, devo confessare con l’onestà che l’autore richiama nell’«intro», la mia ignoranza in tema di musica, a parte nozioni elementari e gusto personale di ascoltatore. Però, il bello di questo libro sta anche nel fatto che si legge, si ascolta, si assorbe a prescindere dalle competenze personali perché coinvolge, racconta, sollecita, spiega, suggerisce, trasporta e lascia affiorare il mondo dei ricordi, quel «personale altrove indotto dalla musica», unico ma al tempo stesso comune a tutti. Almeno questo è capitato a me. E ho “visto” vicende che dovrò scrivere, imparando a trovare il tempo, senza lasciarlo passare o ingannarlo.

Senti il tempo… c’è alle mie spalle, sopra un ripiano della libreria, il vecchio metronomo di mio nonno; e l’ho ascoltato mentre seguivo il flusso della disquisizione sul tempo come condizione della musica, la riflessione sulla manualità da cui passa il legame con lo strumento, sull’uso della voce per far risuonare, anche nell’anima, le note di chi suona e di chi ascolta, fino alla fusione con il respiro di legni corde ottoni tasti. Ascolta la melodia… l’ascoltatore vive nel «tempo dell’ingenua arrendevolezza», può lasciarsi pervadere dalla musica fino alla danza, sua «simmetrica sorella». Improvvisa… era la parte degli stage di danza che ho amato di più: «musicaparoladanza», fusione in cui la parola torna fonema, è suono e movimento, ma anche senso e significato, muto in apparenza perché privo del castello logico, diversamente espresso.

Sono molteplici, e tutte suggestive, le similitudini, associazioni di idee, immagini usate dall’autore per rendere con le parole comprensibile, chiara e avvincente la sua trattazione musical-letterario-filosofica che risulta consona: con-suona e rende il jazz un’avventura nella quale scoprire la magia dell’unisono o la sensazione della perfezione o il lavorio dell’immaginazione colta nel suo processo creativo, nel suo «frenetico operare», diverso dal suo «operato riveduto, rifinito e corretto mille volte».

Nel jazz c’è il rischio, c’è lo spazio per l’errore, esempio concreto dell’imprevisto, pericoloso amante corteggiato. C’è l’immanenza.

E poi c’è il critico, un convitato di pietra della con-fusione; c'è il pubblico, «minaccia esogena per ogni artista» che è tale e grande se in grado di elaborare un pensiero tanto rapido da anticipare gli eventi; c’è la vita del musicista, la sua esistenza, le amicizie, le relazioni, il quotidiano, argini al tracimare della musica.

Il jazz dunque cos’è? Improvvisazione («come camminare sulla neve») che toglie l’intervallo e rende l’uomo «percettivamente panarmonico», suoni che cadono sempre in punti inesatti; una musica spietata che mina le certezze. È la precarietà, l’istante che passa tra il tic e il tac, è (definizione bellissima) «l’eterno gerundio del tempo».

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Mi ha piacevolmente sorpreso questo romanzo avulso dalle logiche imperanti, dai dettami ribaditi, secondo cui “si deve” (neanche l’accortezza di usare il condizionale) scrivere un romanzo, salvo poi leggere quasi esclusivamente cloni. Forse ci si può ancora proporre come alternativa all’omologazione imperante.

Al lettore si racconta in prima persona una storia che sa di Storia: una verosimile vicenda tra le infinite che hanno tessuto la vita dei popoli coinvolti nella Seconda guerra mondiale e nella resistenza al nazifascismo, una di quelle piccole determinanti azioni, di apparente singola irrilevanza, ma tutte insieme risolutive.

L’io narrante – con uno stile adeguato al proprio ruolo, età, istruzione e professione – come se stesse raccogliendo i ricordi per scrivere un memoriale per i propri nipoti, inizia a raccontare di sé adolescente, mentre in un pomeriggio d’autunno raggiunge la casa dell’insegnante di musica e il buon cane bianco dei vicini, rallentato dall’età, lo accompagna. Frau Lemper pare avere atteso proprio lui per lasciargli qualcosa prima di andarsene, nonostante i soccorsi che, quando la trova riversa tra le foglie, il ragazzo chiama, correndo in bicicletta a bussare alle porte dei vicini della sua cittadina bavarese. In quel momento, terminano una vita, un periodo dell’adolescenza e un mondo, quello dell’Europa prima del nazismo e della guerra. Si delinea la singolarità di un’anziana signora, custode di una preziosa eredità che il ragazzo dovrà a propria volta custodire e al tempo stesso risolvere e svelare; l’azione si sposterà dalla Germania all’Inghilterra seguendo una delle tante azioni di spionaggio e dei tentativi di eliminare il Führer. L’amicizia è messa alla prova dalle scelte di campo morale, prima che politico, rivelatrici delle pieghe dell’animo umano; l’amore è vittima di antichi pregiudizi ma se alle avversità in alcuni casi non sopravvive, in altri si rinsalda; anche il segreto di Frau Lemper sarà svelato e un pezzo di Storia si ricomporrà nel ricomporsi della vicenda. Su tutto, la musica accomuna e accende i sensi, affinando la capacità di percepire le emozioni.

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«Un sistema prodigioso, un arcano motore pulsante […] muove il Mondo» si legge nella quarta di copertina.

Confesso: mi sono persa nei meandri della Galleria Ponselliviana che il protagonista Corrimano, invece, conosce a menadito e percorre ad occhi chiusi, salvo poi imbattersi in rifrazioni di luce da far tremare i polsi anche al più scettico miscredente. Ho però il ragionevole dubbio che proprio lo sperdimento durante la lettura sia lo scopo dell’autore. E la vicenda de Il frutto di Balanos è, tra i quattro romanzi brevi radunati in questo libro, quello che mi ha coinvolta di meno! Gli altri mi hanno letteralmente tenuta incollata alla pagina in attesa dello svelamento del mistero. Nelle immagini suscitate dalla lettura, Dresda mi ha ricordato un film drammatico bellissimo di Rossellini, Germania anno zero. Nell’abisso del cristallo è quello che ho preferito: un’antica dimora, vicende di una famiglia, eredi di tempre differenti, l’artigianalità artistica del vetro e il mistero che fa turbinare i pensieri. La storia incredibile del dottor H. Magbude anticipa invece nello stile, nell’ambientazione e – ancora – nel mistero i colori e le trame del successivo lavoro di Federico Maderno di cui ho già detto (Abigail).

Tùrbìne è meritatamente nella rosa dei finalisti del Premio Lago Gerundo.

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Creato pensando ad una lettura per adolescenti?

Forse; di sicuro questo romanzo ha lo spirito e il piglio di quelli che prendevo in prestito alla biblioteca del liceo e divoravo nel giro di pochi giorni.

Per quanto riguarda la trama, posso anticipare solo che la vicenda si svolge a Londra nel 1868, il narratore e protagonista degli eventi è un medico cinquantenne, di quelli che tanto vorrei esistessero ancora, che curano davvero e non riempiono solo ricettari.

Null’altro si può rivelare se non i temi trattati dall’autore, come a scuola, ai miei tempi, l’insegnante di italiano richiedeva di individuare dopo una lettura.

C’è l’amicizia nata negli anni dei giochi infantili che si rinsalda nel momento del bisogno; la dedizione che trova riscontro in una riconoscenza a sua volta determinante; l’amore tutto ottocentesco per una fanciulla in pericolo; la fine meritata del corrotto e dei malvagi di turno – e almeno con l’immaginazione è bello pensare che può accadere.

Tutto è magistralmente collocato, nel tempo storico scelto, con descrizioni certosine: precise e accurate al dettaglio. Atmosfera, clima sociale, problemi e tematiche del secondo Ottocento nella capitale dell’Impero britannico che – non si può dimenticare – è stato costruito navigando, sono vividi e durante la narrazione si riflettono nei numerosi personaggi. Questi, prevalentemente maschili, ma che ruotano attorno alla figura femminile sintetizzata nel titolo, sono caratterizzazioni ognuna da cameo. Il giallo iniziale si stempera nell’avventura e nella discrezione del narratore, che conclude con un epilogo in perfetta linea con il personaggio.

Che bel libro!

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Non voglio riassumere, neppure per sommi capi, la trama di questo romanzo, per la quale rimando alla quarta di copertina dove si anticipa il possibile, perché non voglio svelare nulla di più. Ci pensa, abile, l’autrice a guidare per mano il lettore sulla strada dell’intuizione, lasciandolo sospeso il tempo necessario per chiedersi quale direzione prenderà la vicenda, una delle possibili intraviste oppure uno sviluppo imprevedibile. E li troverà entrambi. Preferisco soffermarmi su altro, e c’è tanto altro.

La costruzione della vicenda mi è apparsa come una sorta di piovra che allunga tentacoli ovunque e lancia inchiostro nero per nascondersi e proteggere la testa pensante, fino alla resa finale. La scrittura aderisce, nel ritmo e nei lemmi scelti, alle situazioni: cambia con il loro susseguirsi, calza a pennello su ogni personaggio e ne accompagna l’analisi psicologica. Immagini, metafore, similitudini sono dense e pastose come i colori sotto la luce della Puglia, dove il romanzo è ambientato, una luce che è difficile vedere altrove e dona nitidezze quasi feroci.

Tormentate, sofferenti, indomite sono le figure femminili protagoniste, animate soprattutto da un insopprimibile senso della giustizia per il quale sono disposte a tutto. Gli uomini sono la loro adeguata controparte, l’altra parte, e sono delineati con tutta la gamma dei coinvolgimenti possibili nelle relazioni che si stringono con loro. Ognuno possiede una caratteristica capace di conquistare il lettore. Maya mi ha coinvolto con la fragilità; Selvaggia con la schiettezza della sua scrittura, che la rappresenta; Viola con la capacità di reagire; Claudio con la simpatia e Andrea con il suo affascinante dolore. La presenza della filosofia, rilevante in tutto il romanzo, è una sorta di narratore focalizzante che aiuta a non perdere il senso degli accadimenti.

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Immersa nei cani fino al collo è la condizione che ho sempre sognato di vivere da bambina, quando, data la dimensione, sarei stata all’altezza del muso del cane e avrei quindi potuto stringermi al suo collo e tuffarmi nel suo pelo senza alcuna preoccupazione o ritrosia. Sarei stata al colmo della felicità, al contrario della protagonista di questo romanzo breve che – avverte subito – si teneva bene alla larga da loro prima di esserne travolta e sommersa, fino al collo appunto, in un susseguirsi di situazioni divertenti, commoventi, rocambolesche, con un ritmo che in certi momenti mi ha dato l’impressione di trovarmi in un’opera di Feydeau. Le considerazioni e le riflessioni dell’io narrante, che si uniscono e si alternano ai colpi di teatro, accompagnano una profonda transizione, un capovolgimento di certezze e convinzioni. Tutto passa da uno sguardo ricambiato, occhi negli occhi con quelli di un cane: che sia il tuo o un randagio incrociato per strada e poi accolto, lui sa, prima di te, anche quanto non sai, tu, adolescente un po’ viziata o adulta in cerca del tuo posto nel mondo e della tua affermazione sociale. Arriva il momento in cui comprendi qual è il tuo posto, dove è giusto “abitare”, quale direzione seguire, anche grazie al diverso punto di vista che un cane è capace di mostrare. Non bisogna però lasciarsi sfuggire tutti quegli attimi di “frattempo” che costituiscono la loro vita, breve ma densa e intensa, e possono migliorare la nostra, anche quando se ne vanno, nonostante il dolore.

Il principe calzolaio. Atto unico in Maria Altomare Sardella, Teatro Vol. 3, Transeuropa 2021.

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Le fiabe vanno raccontate. E di questo si incarica la narratrice che, sola in scena, introduce la fiaba del principe Auro, nato nel Castello del re del pianeta Alberosa, in un giorno del 1925, mentre sulla Terra è il 5 giugno 1940. Una tecnologia sofisticata protegge Alberosa da ogni minaccia, tranne un blackout di poche ore, misterioso e fatale, nel giorno del dodicesimo compleanno del principe. Quel giorno, la disobbedienza di Auro provoca uno scatto d’ira della regina, impegnata a fronteggiare un attacco nemico; strattona il figlio provocandone una caduta rovinosa al punto da procurargli una deformità permanente. Auro resta deforme, ma non si sottrae a nessuna delle proprie responsabilità verso il padre che aiuta a reagire, verso Alberosa di cui risolleva le sorti, verso la madre, che non incolpa ma che non riesce a perdonare né a incontrare. La regina, dal giorno della caduta, si è sepolta viva nella propria stanza, da cui esce solo per chiedere al figlio di non abdicare. Ma Auro ha deciso: lascerà il trono, lascerà il paese, vivrà solo e ramingo, ignaro del disperato voto di buio e silenzio rivolto a Dio dalla madre, in cambio della sua felicità. Auro raggiunge un asteroide dove impara il mestiere di calzolaio e, mentre conosce una fanciulla, la luce color rubino di una stella oscura il suo apparire e mostra solo il suo essere. Alla narratrice spetta il compito di pronunciare il classico finale e di svelare la vera natura sua e di Alberosa.

Tre minuti alle quattro. Sarabanda in atto unico, in Maria Altomare Sardella, Teatro Vol. 1, Transeuropa 2020.

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Una sarabanda in atto unico per un teatro sperimentale che rende protagoniste la parola e la fisicità. Due personaggi e i rispettivi alter ego; due voci fuori campo; una danzatrice che aleggia vestita di nero: tutti agiscono in un labirinto buio che si accende a settori per illuminare chi li occupa. Al fantoccio di un impiccato si avvicina Gasparo, un pensionato sessantenne mentre voci fuori campo, deformate, accompagnano, precedono, accentuano i suoi movimenti e le sue frasi sconnesse e spezzate. Il fantoccio è Gasparo e Gasparo è il fantoccio: ma chi sono, cosa sono? Ridicoli? In apparenza, certo; gli spettatori però conoscono il dramma di quel poveretto? Suicida dopo 25 anni di matrimonio, un’immagine che Pina, sua moglie, non riesce a dimenticare, nonostante i calmanti e le sedute in uno studio che puzza di pensieri, a parlare con una grigia psicologa, che per mestiere ascolta i fatti altrui e deciderà se potrà continuare a prendersi cura del figlio avuto in tarda età da un marito ubriacone, conciato come un pezzente, che l’aveva violentata divorandole la dignità. E si è suicidato. O no? Potrebbe essere stato tutto un incubo? Il lettore o lo spettatore ha un solo indizio per capirlo.

Ristretto. Dramma in due atti, in Maria Altomare Sardella, Teatro Vol. 2, Transeuropa 2020.

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​Un altro tradimento, il più antico del mondo, l’adulterio, si gioca sul filo delle settimane: 38 settimane di sofferenza per Rosanna che dovrebbe partorire, se non fosse per “quelle due settimane vuote”. Il sipario si apre su di lei che insieme alla cognata Onnisa attende il ritorno a casa del marito: pakistano, in apparenza integrato nell’accogliente società pugliese fatta di relazioni strette tra parenti e vicinato, con un’istruzione che gli garantirebbe un lavoro specializzato, Mohammad ha rubato per lei, per riuscire a soddisfare ogni suo capriccio. Per tutti lavora all’estero da nove mesi, ma in realtà è ristretto, in carcere, e ha ottenuto un permesso per essere vicino alla moglie nel momento del parto. Non la vede da tempo; non ha voluto andasse a trovarlo in carcere per evitare di farla guardare o, peggio, perquisire da mani estranee. E quel tempo lo ha contato: settimane, giorni, ore, minuti con la precisione di chi, in cella, non ha pensato ad altro, durante quei nove mesi. Ha steso piani, messo a punto strategie, organizzato incontri. Poi, a casa, davanti alla finestra da cui vede di nuovo il mare e ne avverte l’odore, tutto cambia. In apparenza solo un personaggio conosce la verità dei fatti, ben nascosta tra le pieghe dei dialoghi, delle espressioni, dei sottintesi e dei gesti che anticipano la rovina imminente, mentre entrano in scena un malavitoso e l’avvocato di Mohammad. L’attesa alimenta la tensione e il disastro annunciato si compie prima del calar del sipario.

Stazione centrale. Dramma in due atti di e in Maria Altomare Sardella, Teatro Vol. 1, Transeuropa 2020

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Di fronte alla Stazione centrale di una metropoli italiana (e vien subito da pensare a Milano), sotto lo sguardo indifferente dei passanti, un’umanità disperata vive di traffici criminali: droga e sfruttamento della prostituzione. Due fratelli, Lindo e Bruno, gestiscono “l’attività” con ruoli diversi: Lindo, il maggiore che ha cresciuto l’altro, è il capo e usa un netturbino albanese violento e spietato per controllare i suoi sottoposti, cioè lo stesso fratello e una prostituta cinese che vende abiti su una bancarella, attorno alla quale girano gli scambi di droga e giovani donne. Vicino a loro, prova a proteggerli e a ricondurli sulla retta via, un ex prete diventato barbone che dorme per strada avvolto dai cartoni, in cerca egli stesso di un riscatto. La violenza è il filo conduttore delle loro esistenze; la si percepisce in crescendo, nei gesti, in ogni battuta pronunciata in un linguaggio bislacco infarcito di mille dialetti, come un’esplosione, che innesca quella successiva. L’italiano a tratti forbito dell’ex prete prova ad attutire il colpo nello stomaco di alcuni dialoghi, asciutti e crudi. L’amore riesce a galleggiare su tanta sporcizia, ma non è mai ricambiato. La catarsi annunciata si compie, ma è senza perdono e solo una creatura si salverà. Come un fantasma di ciò che storicamente è stata Milano, aleggia su questo dramma la pietas.

Il filo di Re' Anna. Atto unico di e in Maria Altomare Sardella, Teatro vol. 2, Transeuropa 2020

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La morte fisica può essere un sollievo se la mente è consapevole della propria malattia e percepisce con chiarezza i limiti incombenti e il degrado progressivo che arrivano inesorabili; ma l’eutanasia non si può somministrare agli esseri umani con la prassi usuale per gli esseri animali, che peraltro in certe condizioni si lasciano morire.

Renata Alderigi, arrivata a 70 anni, vorrebbe appunto morire dopo che la diagnosi di Alzheimer la costringe a vivere come schiacciata in un corridoio, preda di una macchina impazzita. La malattia ha accentuato tratti già duri del suo carattere che i figli le rimproverano, ha scosso la loro vita, già  segnata da un rapporto malato con la madre, e ha coinvolto anche quella della vicina di casa, Anna, più giovane di lei tanto da poter essere sua figlia.

Le due donne sono amiche da tempo, si confidano, si confortano, si tengono compagnia, ma sono diverse per modi e carattere. Anna è un’insegnante, sola, credente e devota, gentile e compassionevole. Renata, abituata a dirigere la famiglia come l’ufficio, usa una lucidità disarmante, impietosa prima di tutto con sé stessa, resa ancora più tagliente dalla malattia, per analizzare e tratteggiare le caratteristiche di situazioni e persone che la circondano e che appaiono sulla scena. Esplodono così i conflitti tra madre e figlia, asperrimi e irrisolti nella reciproca cattiveria; vengono a galla situazioni di comodo scelte dai due figli maschi; e anche Anna affronta gli strali lanciati da Re’, ma comprende che oltre alla malattia qualcosa di più profondo, segreto e torbido la tormenta.

Il segreto, che affonda le radici nel passato di Re’ e nei sentimenti potenti che l’hanno spinta a gesti impensabili, assume con il proprio svelarsi il ruolo di deus ex machina in questo atto unico che colloca ai tempi nostri, nelle nostre città, nella nostra organizzazione sociale, tragedie dal sapore antico ma ancestrale.

Indossando il vestito. Commedia in due atti di e in Maria Altomare Sardella, Teatro vol. 3, Transeuropa 2021

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Quando si diventa grandi? Al compimento di un anno stabilito per legge o consuetudine, alle prime esperienze di lavoro, al primo incontro con l’innamoramento o con l’amore? Quando si forma la nostra identità e quando il nostro nome, da semplice iniziale, prende corpo per essere pronunciato per intero? Quando indossiamo il vestito che siamo?

La commedia – due atti di metateatro surreale e corale – ci racconta questa trasformazione, riflette sui condizionamenti sociali e rappresenta la vicenda di due giovani amiche ventenni (Esse di Sara e I Ivana) e di uomo di trent’anni (Ci di Carlo) in una città di provincia: tutti sono alle prese con le concrete difficoltà incontrate nel tentativo di realizzare aspettative e sogni, Ivana senza venir meno ai propri ideali, Sara piegandosi alle necessità, Carlo cercando una via d’uscita qualunque.

I personaggi, gli attori che li interpretano e i loro pensieri sono tutti attori in scena; le storie d’amore si intrecciano e vivono, diventando reali, sotto i riflettori e dietro le quinte. L’immaginazione assume tridimensionalità in una scena già strutturata in ambienti diversi, che prendono vita nel momento in cui la luce li illumina e gli attori tutti interagiscono. Incontri, scontri, sogni e disincanto si incarnano nelle due amiche impegnate a discutere di fidanzati e opportunità di lavoro, nel geometra Ghezzi che prova ad allungare le mani, nella truffa spicciola proposta a Carlo di una busta paga divisa a metà con un non assunto, nel gruppo di giovani disillusi dalla politica ma restii a un serio impegno civile. I destini dei giovani protagonisti appaiono da loro stessi decisi, stabiliti, scelti. Tuttavia, quando arriva il momento di indossare il vestito della consapevolezza, colpo di teatro, non sarà quello immaginato.

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È capitato a tutti di sentir parlare dello Stato come di un’astrazione, dimentichi del fatto che lo Stato siamo noi. E anche gli statali siamo noi. Tra gentile utente e dipendente pubblico solo uno sportello fa la differenza.

Il dipendente statale, oggetto di pregiudizi, deriso in tutti i modi, disprezzato e considerato spesso alla stregua di una zecca, si sente diverso, discriminato e privo di una vita lavorativa per il fatto stesso che non la può raccontare, pena appunto il dileggio plateale. Solo a fine “carriera” può permettersi il lusso – o cavarsi la soddisfazione – di raccontarla. Il taglio ironico, sottile e divertente, di questo libro era l’unico che, a mio parere, la voce narrante potesse utilizzare per ricostruirla in modo tanto autentico e amaro. Resta anonima, la voce narrante, non a caso, credo per significare l’anonimato in cui i dipendenti della PA vivono e lavorano. Perché, per quanto male se ne pensi, lavorano e sono molto spesso le prime vittime del posto fisso, tanto vituperato dalla pubblica opinione.

Il viaggio raccontato è quello di un precario medio che, apposta la fatidica firma con cui diventa dipendente statale, invece di sentirsi «proiettato verso il futuro stabile e radioso di chi si accoccola nelle braccia dello Stato», si sente diverso, ridotto a una categoria. Il neoassunto, ebbro di iniziativa, trova nel collega più anziano, Marco, una sorta di Virgilio, che lo conduce tra le maglie semoventi degli uffici, lo guida e lo induce a scelte di ruolo; segue l’evolversi del suo stato d’animo, mentre scopre la «statale posata lentezza», un mondo in cui «ogni cosa è scolpita nel marmo ma al bisogno cangiante e rettificabile», un mondo di «costanti mutevoli, regole inafferrabili ma coerenti in cui le contraddizioni sono previste dalle eccezioni».

Metafore che richiamano la storia militare, ricordi scolastici, situazioni del quotidiano, dotte citazioni e immagini rubate alle tecniche cinematografiche, si alternano per illustrare il variopinto mondo – umano e non – dell’Ufficio 4: colleghi, funzionari, responsabili, dirigenti, statistiche politicamente corrette, fascicoli da passeggio, cacciaviti indici di affidabilità, formulari… e pubblico, i gentili utenti che si rivolgono all’URP. Il senso di impotenza che passa dalle pagine al lettore è lo stesso che attanaglia chiunque si accinga a telefonare a / entrare in un Ufficio 4. L'autore, però,  avverte subito dopo il frontespizio: «Pubblica Amministrazione è un’opera di fantasia. Non prendetela troppo sul serio. Ma non prendetela sotto gamba».

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Chi c’è davvero sotto una divisa da ferroviere? Chi si nasconde sotto l’armatura di stoffa?

Chissà se sulla carrozza di qualche Frecciarossa vi sarà capitato di incontrare lo sguardo, in apparenza asettico e neutrale, di un controllore senza sospettare neppure per un momento di poter ispirare la fantasia di una penna che, prima di saper scrivere, è capace di leggere nell’animo dei passeggeri incontrati. Il treno e la stazione, o un altro mezzo di trasporto tra una città e l’altra o nella stessa città, come un tram che sferraglia a Milano facendoti scivolare ad ogni fermata sui sedili di legno lucido, sono luoghi e al tempo stesso strumenti della narrazione di vicende tutte interiori di personaggi/persone ricorrenti, consueti, abituali, forse anche banali ma solo in apparenza perché ognuno di loro ha una singolarità speciale. C’è chi ritrova il senso dell’esistenza cercando il ricambio di un elettrodomestico, chi incontra l’amore per aver recuperato un portafogli rubato, chi riconosce reale un sogno premonitore… Ho trovato molto accattivanti, a tratti toccanti, questi racconti intimisti che racchiudono messaggi e significati ciascuno a proprio modo originale e sorprendente. Simpatia ed empatia si sviluppano immediate per tutti loro. Svetta secondo me, e mi ha rubato il cuore, Akira che per tre giorni legato, abbandonato, a un tronco d’albero sta buono e aspetta Giorgio, un bipede che non torna.

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Perché il sopruso sui deboli, sugli inermi, che siano umani o animali? Cosa lega tutto, cosa muove le azioni, le intimidazioni, le vendette, gli abusi? Un antico podere in un borgo immaginario nella campagna aretina, San Bartolo, è il luogo in cui si svolge questa storia che non riassumo nella trama per non correre il rischio di svelarla. È un romanzo corale, «abitato – lo ha definito bene l’autrice – da umani e bestie». La vicenda narrata si ammanta del mistero che circonda i vicini di casa, una famiglia di contadini che definire ambigua è poco. Il narratore con pazienza ricolloca gli eventi come le figurine di un album, ne ricostruisce la sequenza corretta e trova alla fine il senso della storia. Il lettore segue incuriosito, conosce personaggi di un mondo contadino spietato, di un mondo borghese corrotto, di una cultura generale cui si può dare una spiegazione, storicamente fondata ma non per questo accettabile. Almeno per me e forse per mia “deformazione” spiccano e restano indimenticabili nel cuore le bestie: Paco, Canottiera, Bruna, la randagia e i suoi cuccioli. Chi nelle vicende cerca il cattivo, l’incarnazione del male, avrà l’imbarazzo della scelta. Credo che l’obiettivo che l'autrice si è posta di scrivere un libro autentico ed essenziale sia stato raggiunto. Necessario, era il suo terzo scopo. Direi che anche quello è raggiunto per la verosimiglianza alla realtà sulla quale riflettere.

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Nella mia vita il mese di marzo evoca momenti dolorosi perché in questo mese, in anni diversi, in giorni diversi ma fra loro legati da sottili corrispondenze ho perso le persone più care. E il virus, a marzo, ha portato via anche un amico d’infanzia. Ci eravamo da poco rivisti, scambiati qualche battuta sui social, sorriso insieme di un filarino da bambini di cui nella mia incredibile dabbenaggine non ero consapevole; averlo ritrovato uomo, identico a com’era, è una preziosa certezza che conservo con il suo ricordo. Proprio le certezze, ritrovate in un periodo di disperante incertezza, sono secondo me il fulcro e l’anima di questo diario-ricettario nato e cresciuto nella clausura cui ci ha costretto la pandemia. Lo “stare a casa” è stato meno pesante, persino piacevole, tanto da sperare in un dilatarsi del tempo dell’obbligo, per chi come l’autrice ha forte il senso della famiglia che si ritrova tra le pareti domestiche, per chi cucina perché vuole bene, ama, nutre. E non è detto che a mettere le mani in pasta sia sempre una donna: a casa mia, per esempio, non sono io l’artefice di molteplici prelibatezze e il risotto era totale appannaggio di papà. Non mi soffermo sulle ricette, tutte semplici appetitose e soprattutto ripetibili, quanto piuttosto sulle sintonie che ho trovato con l’autrice. A partire dai pomodori ghiotti (uno tra i sapori che mi appartengono da sempre) attraverso l’orto con i suoi profumi (coltivi e sai di cosa ti cibi) per giungere al piacere di mangiare a casa, un rito che unisce e fortifica, una consuetudine fondamentale per iniziare a modificare i comportamenti alimentari, in gran parte responsabili di quanto ci sta accadendo. Tornare alle origini è la chiave di volta delle riflessioni che questo bel libro ha consolidato in me. E non tanto perché da storica mi è connaturato cercarle, ma perché penso sia l’unico modo per avviare un indispensabile radicale cambiamento che non può e non deve arrivare dall’alto: molto meglio se passato di mano in mano come una ricetta, scritta su un quaderno impolverato di farina e riprodotta nel privato di ciascuno.

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Di solito sono gli umani a confidare nel senso dell’orientamento dei loro cani, ma Sally ci dice subito che lei con l’orientamento non va molto d’accordo. Dai maltrattamenti al canile, e poi a una persona che la ama e se ne prende cura il passo non sarà breve ma Sally corre, come forse la percezione del tempo nei cani: dicono che per loro sia sempre presente. I ricordi però ci sono, anche strazianti, e a Sally sono utili per comprendere quando c’è bisogno di lei e ad aiutare. Così affianca e supporta le vicende della sua famiglia di umani, identiche a tante e sempre altrettanto diverse. L’intero ricavato di questo romanzo, gradevole e commovente, è devoluto all’Associazione Tutela Animali di Alessandria. Un valore aggiunto

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Dura quasi otto giorni la pioggia battente, di quelle che spesso flagellano la Liguria e rischiano di trasformarsi in alluvione. Dura per quegli otto giorni in cui gli abitanti di Crescobene, borgo immaginario ma verosimile, cercano di scoprire cosa si nasconde dietro l’imminente vendita del campo di calcio parrocchiale, sul quale gioca da sempre la squadra locale. Proprio la pioggia mi è parsa il mezzo magico che, in questo romanzo, aiuta la comunità nella collettiva lotta contro il male, nel tentativo di dilavarlo; e la comunità, con il suo tipico sostenersi, e alimentarsi persino, è il vero scrigno su cui l’approfittatore di turno sta per allungare le mani. Nella ricerca del vero, si intrecciano vite, persone, ambienti, alcuni purtroppo segnati, nella realtà che viviamo, dal degrado morale.

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«A volte penso che il libero arbitrio sia l’unica cosa che non ci meritiamo». Sotto il peso di questa affermazione padre Girolamo innesca una vicenda, tutta da scoprire, che inizia nel XVI secolo e arriva ai nostri giorni. Il dilemma resta identico, affidato alla responsabilità individuale di un giovanotto, descritto come scapestrato, nelle cui mani è deposto un tesoro. Quale decisione prenderà? Le storie, le vite, i segreti, i patrimoni delle nostre identità, dei nostri luoghi (in questo libro Pitelli), spesso nascoste nell’ipogeo, sono affidate alle nostre coscienze, al modo in cui utilizziamo le scoperte o le invenzioni, allo scopo perseguito. Sta a noi.

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Nelle Langhe, circoscritti dai crinali delle colline, immersi nel variopinto alternarsi delle stagioni, tratteggiate con una penna che si trasforma in pennello, si muovono personaggi della provincia piemontese che sarebbe riduttivo definire tipici. Infatti, oltre a rappresentare un piccolo mondo, possono assurgere a simboli dell'umanità nostra contemporanea, con vizi e virtù. Non a caso secondo me si chiama Incanto il cavallo che, uscito dalla Storia, conduce il lettore tra boschi e sentieri e vigne, sorprendenti come le trame di ogni racconto, fino a un cimitero, per riportarlo alla fine nella casa di un uomo, generoso, rimasto solo.

Più che meritato 1° premio sezione Narrativa edita - VII edizione del concorso Versi sotto gli irmici. La pittura incontra la poesia - Piaggine (SA).

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C’è uno scrittore in cerca del senso della vita e dove potrebbe cercarlo se non tra le pagine di un libro? Questo il filo rosso della vicenda (leggi qui) che non serve svelare perché la lettura di questo romanzo, bellissimo, a mio parere ne prescinde. Ci sono pagine che vivono, ed emozionano, anche se lette da sole, quasi avulse dal contesto. Si innescano, una con l’altra, come le tessere di un domino e il lettore le segue, ne scopre il percorso, fino ad esserne rapito, fino alla condivisione di molte suggestioni. Il romanzo è finalista al Concorso letterario nazionale Argentario 2020 e ha superato la prima selezione del Concorso letterario Lago Gerundo 2020. Riconoscimenti meritati per una scrittura bella, limpida, accattivante e coinvolgente, capace di essere precisa nei minimi dettagli senza parvenza di noia o pesantezza.

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Può una prosa risultare eufonica?

Può trasportati, mentre leggi, sul banco del liceo a separare sillabe (Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi)?

Può cantare e suonare come una ballata di Faber?

Può farti riflettere come un pezzo di Paolo Conte?

Può accompagnarti in un borgo ligure come se lo conoscessi da sempre, anche se non ci sei mai stato?

Sì. Può tutto questo.

Le nove novelle nolesi sono un gioiellino imperdibile.

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Detective per caso, Evaristo Delai conta il suo tempo, ore minuti secondi, e si rivela o si scopre incline al prossimo, pronto all’aiuto proprio quando l’energia vitale scema. Ma vuole riuscire, vuole arrivare là dove le forze dell’ordine per quanto spiegate non trovano. C’è una bambina sparita, una mamma sofferente, un condominio che Delai conosce meglio di altri, perché si è preso la briga di osservare e ragionare. Un genere a me poco congeniale ma, ancora, l’autore mi fa leggere, quasi d’un fiato, senza mai stancare, sempre chiaro, con la speranza che un’altra inchiesta si proponga al suo personaggio, capace di trovare il destro per altri finali.

Menzione speciale, sezione romanzo edito, al Premio letterario nazionale La Quercia del Myr 2020.

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La sinossi (leggila qui) dice tutto: sintesi perfetta del libro, incuriosisce al punto giusto, aiutata dalle immagini di copertina, una rana, un frutto di melograno, appoggiati su una pietra, il disegno di uno spirografo, ti domandi immediatamente: perché? Quindi a soffermarsi sulla trama e sulla struttura del romanzo si rischierebbe solo di rovinare il piacere di una lettura trascinante. Importa piuttosto il susseguirsi di emozioni e coinvolgimento, rare nella narrativa contemporanea letta di recente. Importa segnalare, ma è solo un esempio tra tanti, l’abile costruzione del personaggio protagonista, che una giovane donna chiama scioccamente “Coso”. È il bambino che rincorso dalla Storia nell’incipit diventa un giovane, militare di leva, e poi un uomo incapace di negare aiuto a chi è in difficoltà. Prova a farsi argine, come gli hanno insegnato in caserma, mettendo a rischio esistenza ed incolumità, per smascherare e fermare qualcuno e qualcosa che hanno un unico, banale ma realistico, minimo comune denominatore. Più di 500 pagine, ma se un libro è ben scritto – per citare Jane Austen – è sempre troppo corto.

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Da come si presenta sulla propria pagina web, l’autore ama il genere giallo, genere che io invece non amo particolarmente, Scerbanenco a parte; ma la scrittura curata e sapiente è riuscita a catturare la mia attenzione per la precisione meticolosa nella scelta dei lemmi, le suggestioni delle similitudini, l’atmosfera confidenziale che è riuscita a creare. La trama, originale, insolita, porta il lettore dai caruggi di Genova all’estremità del levante ligure in un susseguirsi di incontri che evocano davvero le trame segrete dei carbonari cui l’io narrante, sul filo dell’ironia, li paragona. I “congiurati” sono personaggi ovviamente misteriosi, protetti da pseudonimi, nascosti in luoghi insospettati, svelati sì, ma fino a che punto? Geometra, io narrante, potrebbe essere uno di noi pochi affezionati alle “piccole cose interessanti”, diventate antiche e rimaste amiche, che ci ostiniamo a conservare, proteggendole come si riesce dallo schiacciasassi del progresso, perché non è sempre bello, il progresso. Specie quando inibisce la capacità di usare, le mani ma soprattutto l’intelligere.